Industria, Assofond: nel terzo trimestre frena ancora la produzione delle fonderie italiane

Secondo “segno meno” consecutivo per le imprese del settore. Il presidente di Assofond Zanardi: «Urgenti contromisure agli aiuti sull’energia decisi da Francia e Germania»

Le fonderie italiane hanno fatto segnare una riduzione della produzione nel terzo trimestre dell’anno. Lo sottolinea l’indagine congiunturale del Centro Studi di Assofond – l’associazione di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane – sui dati relativi al periodo luglio-settembre 2023. Si tratta del secondo trimestre consecutivo di contrazione per il settore, i cui livelli produttivi si sono ridotti del -5,6% rispetto allo stesso periodo del 2022.

Produzione e fatturato

Nel terzo trimestre la variazione congiunturale della produzione (in tonnellate) si è attestata al -14,3% rispetto al secondo trimestre. Il dato, va detto, risente pesantemente del minor numero di giorni lavorati nel trimestre, che include il mese di agosto nel quale, storicamente, si concentrano prolungate fermate produttive per le ferie estive e le manutenzioni programmate degli impianti. Più significativo è quindi il confronto con lo stesso periodo del 2022, il cui dato è decisamente meno negativo ancorché in riduzione: la variazione tendenziale è infatti stata del -5,6%.

L’82,5% delle imprese che hanno risposto al questionario ha segnalato un calo della produzione ma, a conferma di quanto evidenziato più sopra, oltre il 50% delle risposte indica come principale motivazione della performance proprio il minor numero di giorni lavorati; tuttavia, anche le commesse e gli ordini acquisiti sono in diminuzione nel 38,6% delle risposte.

Anche dal punto di vista del fatturato assistiamo a dinamiche simili, con un calo congiunturale del -14,8% rispetto al trimestre precedente, che si riduce al -6,6% se invece si confrontano i ricavi del periodo luglio-settembre con quelli dello stesso trimestre dell’anno scorso.

La percentuale di aziende che segnala una riduzione del fatturato è identica a quella che evidenzia un calo produttivo (82,5%) e la maggioranza assoluta di esse indica come principale motivazione della contrazione una riduzione delle quantità spedite (63,8%).

Dinamiche settoriali

Il segno negativo nella dinamica della produzione accomuna i due raggruppamenti nei quali si suddivide tradizionalmente il settore delle fonderie: quello dei metalli ferrosi, cioè ghisa e acciaio, e quello dei metalli non ferrosi, cioè alluminio, zinco, rame e altre leghe.

La tendenza al ribasso è più marcata nelle fonderie non ferrose (-10,5%, contro il -3,8% di quelle ferrose), ma, sulla congiuntura, la dinamica negativa è più accentuata su queste ultime (-15,1%).

Anche dal punto di vista del fatturato sono le fonderie di metalli non ferrosi a far segnare le performance peggiori in termini di variazione tendenziale: sebbene meno marcata che nel secondo trimestre, la perdita tendenziale delle aziende di questo comparto spiega gran parte della perdita complessiva del settore e arriva al -11,2% sul terzo trimestre del 2022. 

Il calo delle fonderie di metalli ferrosi, invece, si ferma al -4,6%. Anche a livello congiunturale il comparto delle fonderie non ferrose accusa una perdita più marcata: dopo il -6,5% del secondo trimestre sul primo, nel terzo si arriva al -16,3% sul secondo; nelle fonderie ferrose, la perdita del fatturato sul secondo trimestre raggiunge invece il -14,1%.

Un comparto in controtendenza: le fonderie di acciaio

La performance meno negativa dei ferrosi rispetto ai non ferrosi si deve principalmente all’andamento delle fonderie di acciaio, che fanno segnare risultati positivi a livello tendenziale sia per produzione (+16% rispetto allo stesso trimestre del 2022) sia per fatturato (+19,2% sempre rispetto allo stesso periodo dello scorso anno). Questa dinamica può dipendere dal fatto che una quota parte dei prodotti realizzati da queste aziende è destinata ai cosiddetti settori difensivi o anticiclici (che si contrappongono, cioè, a quelli che hanno natura ciclica). Si tratta di settori industriali che reggono meglio in fasi di rallentamento o durante una recessione, ma di contro hanno performance meno brillanti in fasi di recupero o di espansione dell’economia. Ciò nondimeno, anche per le fonderie di acciaio la congiuntura è negativa (per via, come detto, principalmente del minor numero di giorni lavorati) e la curva della tendenza inverte la rotta rispetto all’andamento del secondo trimestre.

Clima di fiducia

Le aspettative di breve periodo degli imprenditori di fonderia, nel mese di settembre, sono in calo rispetto alla rilevazione di agosto: l’indice SIX (che sintetizza le risposte sulle prospettive delle aziende per i sei mesi successivi alla rilevazione) si comprime infatti a 45,5 punti, un dato inferiore ai 50 punti che rappresentano la soglia di passaggio fra sentiment positivo e negativo e in calo rispetto ai 47,3 punti di agosto. Il dato si spiega con la riduzione, rispetto al mese precedente, del numero di fonderie che ipotizzavano uno scenario in leggero miglioramento e che, invece, ora prevedono una situazione stazionaria.

La fase di rallentamento iniziata in primavera si conferma anche nel terzo trimestresottolinea il presidente di Assofond Fabio Zanardi in linea con la dinamica di generale debolezza che contraddistingue líeconomia italiana ed europea in generale.

Al quadro macroeconomico sfavorevole si somma inoltre la mancanza all’orizzonte di provvedimenti in grado di invertire la rotta o, per lo meno, di sostenere gli investimenti e la domanda interna. La bozza della legge di bilancio, per quanto improntata a misure di buon senso, manca dellíincisività necessaria a invertire un trend in deterioramento. Inoltre, nonostante il ritracciamento rispetto ai massimi del 2022, il peso dei costi energetici continua a essere significativo se confrontato con gli standard del periodo precrisi e – soprattutto – con quello dei nostri più diretti competitor europei.

Le fonderie tedesche, così come quelle francesi, già oggi acquistano energia elettrica a costi del 30% inferiori ai nostri e a breve, grazie ai nuovi aiuti decisi dalla Germania e a quelli che presto saranno approvati in Francia, potranno coprire almeno parte dei propri consumi elettrici con forniture al costo di circa 70 €/MWh, quando in Italia siamo intorno a quota 130 €/MWh: questo vuol dire essere in potenziale svantaggio cronico.

Da tempo chiediamo misure strutturali quali electricity e gas release, che permetterebbero alla manifattura italiana di restare competitiva rispetto ai concorrenti europei soprattutto ora che è terminato il regime straordinario dei crediti d’imposta. Questi provvedimenti sono contenuti nella bozza del decreto-legge Energia del quale attendiamo da mesi l’approvazione in Consiglio dei ministri. Più tempo passa e più diventa urgente sbloccare queste misure, pena la sopravvivenza stessa dei settori energyintensive italianiª.

www.assofond.it

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