Il salario minimo costituzionale alla luce delle recenti sentenze della Corte di Cassazione

Mediante sei recenti sentenze dell’ottobre 2023 la Suprema Corte ha affrontato il tema del salario minimo costituzionale e, con esso, ha riaffermato la possibilità, per il Giudice di merito, di disapplicare trattamenti retributivi che non risultino conformi ai parametri di cui all’art. 36 della nostra carta costituzionale, ancorché in linea con quelli previsti dai contratti collettivi propri del settore di operatività e siglati da organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative a livello nazionale. 

Il citato articolo 36, infatti, statuendo che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, garantisce due diritti – che nella concreta determinazione della retribuzione si integrano a vicenda – vale a dire quello ad una retribuzione “proporzionata”, affinché la ricompensa sia commisurata alla quantità ed alla qualità dell’attività prestata, e “sufficiente”, ovvero non inferiore agli standards minimi necessari per vivere una vita a misura d’uomo.

Trattasi, in altri termini, di quelli che la Suprema Corte indica, rispettivamente, come “un criterio positivo di carattere generale” ed “un limite negativo, invalicabile in assoluto”, con la doverosa precisazione, con riguardo a quest’ultimo, che esso non si identifica con la soglia di povertà assoluta, atteso che la norma costituzionale mira ad assicurare al lavoratore una vita non solo non povera ma anche dignitosa e, citando la recente Direttiva UE sui salari adeguati all’interno dell’Unione n. 2022/2041 del 19.10.2022, tale da consentire il conseguimento anche di beni immateriali e non già soltanto di far fronte a necessità materiali quali cibo, vestiario ed alloggio. 

Ne consegue che, nella valutazione della sufficienza della retribuzione in concreto corrisposta, e nell’eventuale conseguente determinazione del quantum del salario costituzionale, il Giudice di merito non può esimersi dal verificare il soddisfacimento dei requisiti di cui all’articolo 36 citato.

Quanto ai livelli retributivi previsti dalla contrattazione collettiva, che per loro naturale vocazione sono ritenuti idonei a realizzare le istanze sottese ai concetti costituzionali di sufficienza e proporzionalità, la Suprema Corte ammette che la retribuzione in concreto corrisposta, seppur conforme a quella stabilita dal contratto collettivo, possa essere insufficiente, come ben può accadere quando la prestazione del lavoratore presenti caratteristiche peculiari che – per qualità e quantità – la differenziano da quelle contemplate nella contrattazione collettiva.

Giovanna Riviera
Avvocato di diritto del Lavoro 
www.studiolegaleriviera.it

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